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02/05/17

Cosa ho letto ad aprile?

Il colore dei segreti

La canzone delle ombre

La leggenda della nave di carta

La ragazza nel giardino del tè

La ragazza del dipinto


Aprile è stato un mese molto produttivo: oltre a questi cinque romanzi, di cui a breve vi parlerò, ho anche letto Hyperversum Ultimate – la recensione è programmata per il 5 maggio – e Un mascalzone senza pari di Virginia Dellamore.
Come avete potuto notare, il blog è definitivamente in manutenzione e, per chi ancora non lo sapesse, entro giugno sarà online il sito rosypuntoevirgola a cui sto lavorando con Pamela Fattorelli.
Ripubblicherò molti degli articoli presenti sul Dragonfly, al momento in bozze, soprattutto quelli a cui tengo molto, così da portare con me, nella mia nuovissima avventura letteraria (e non), un pezzetto di questo blog.
Adesso vi lascio alle mie recensioni...


    



IL LIBRO

Inghilterra, 1943. Mentre infuria la Seconda Guerra Mondiale, Eva riceve la straziante notizia che suo marito è disperso e presumibilmente morto. Né moglie né vedova, vive sospesa nel limbo di un’esistenza incolore. È appena arrivata l’estate quando la città è invasa dalle truppe alleate. E in quel giugno inaspettatamente caldo, Eva conosce l’affascinante Bill, un soldato americano nero. Nessuno dei due può negare la passione che li travolge nelle frenetiche settimane che seguono, quando ogni giorno potrebbe essere l’ultimo. Ma poco prima che Bill sia inviato al fronte per prendere parte allo sbarco in Normandia, Eva scopre di essere incinta e si ritrova all’improvviso sola in un mondo dominato dall’intolleranza. Mentre Louisa, il frutto del loro amore, cresce e diventa donna, Eva dovrà scendere a patti con il suo passato per proteggerla. E fin dove sarà disposta a spingersi Louisa per scoprire la verità sulle sue origini?

LA MIA OPINIONE

Oggi come oggi, il colore della pelle è un colore che non ci rende diversi l’uno dall’altro – almeno così dovrebbe essere –, perché siamo riusciti ad annullare i pregiudizi e la bigotteria dietro la quale spesso la mente umana si nasconde – almeno così si spera –, riuscendo in tal modo a fare un passo verso l’unità. Il colore dei segreti di Lindsay Jayne Ashford, pubblicato in Italia da Amazon Crossing, è un romanzo che parla di disuguaglianze in un mondo tarato, nel quale contava solo il bianco, poiché il nero era sporcizia, inferiorità, orrore. Guai a mescolarsi con la gente di colore! Guai a fare figli con loro! Infatti Eva, la protagonista del romanzo, lo capisce ben presto e vivrà sulla propria pelle – candida come latte – la necessità di difendere ciò che ha più a cuore: sua figlia Louisa. Quella de Il colore dei segreti è una storia di coraggio, di dolore, di verità inconfutabili delle quali la Ashford ci fa un dipinto chiarissimo e senza fronzoli. Ci parla della cruda realtà del dopoguerra, di come il dopoguerra ha cambiato il mondo e le persone, di come ha distrutto ma anche ricostruito. Lo stile semplice dell’autrice permette al lettore di viaggiare nel tempo, dal 1943 al 1978, tra le quattrocento pagine che ci raccontano di due donne – Eva e Louise – forti e fragili. Lindsay Jayne Ashford ci offre un libro pensante, un libro con una morale, non di certo una storiella di fattarelli, proprio per questo ne consiglio la lettura a un pubblico che è alla ricerca di un’opera corposa e ben strutturata, non di certo leggera, sia per contenuto sia per mole, capace di essere difficilmente dimenticata.



IL LIBRO

In convalescenza in una cittadina del Maine in seguito alle ferite provocate da un colpo d’arma da fuoco che stava per costargli la vita, il detective Charlie Parker fatica a superare le angosce legate all’esperienza drammatica recentemente vissuta. La clinica in cui è ricoverato ospita una vedova di nome Ruth e la giovane figlia di lei, Amanda, donne tormentate e sfuggenti, testimoni e vittime di un passato tragico che risale agli anni della Seconda guerra mondiale e a una città polacca, Lubsko, dove sorgeva un campo di concentramento nazista. Indagare sul loro trascorso per Parker significa dissotterrare segreti atroci e rievocare crimini inauditi e lontani. Ruth e Amanda sono in pericolo, minacciate da qualcuno che non ha sopportato l’affronto della loro sopravvivenza e che, come un’ombra, è tornato dalle tenebre del passato per reclamare il proprio tributo di sangue. Ferito nel corpo e nell’anima, il detective dovrà fare appello alla determinazione e all’acume che gli restano e che, sebbene messi a dura prova, rappresentano la sola possibilità di salvezza delle due donne. Una nuova indagine per il detective Charlie Parker, la dolorosa discesa negli abissi più tormentati della psiche umana.

LA MIA OPINIONE

Se amate John Connolly non potete non leggere La canzone delle ombre: dopo Il lupo in inverno, l’autore torna nel Belpaese grazie a TimeCrime che ha deciso di riprendere in mano la serie dedicata all’intrigante Charlie Parker. Nuova indagine, nuovi sentimenti, nuovi ostacoli in questo mix di poliziesco e sovrannaturale. Connolly riesce sempre a meravigliarmi, a strapparmi il cuore, a farmi stare in apnea di pagina in pagina. Se tutti i thriller fossero così, non leggerei altro, in quanto i personaggi di Connolly – Charlie Parker in special modo – ha il potere di entrarti in testa per poi rimanervi. Il punto forte della serie, infatti, è la caratterizzazione psicologica ed emotiva del protagonista: un uomo ferito nel corpo e nell’anima, un uomo che non riesce mai a rialzarsi e che continua a zoppicare di caso in caso, di paese in paese, di orrore in orrore. Proprio questa sua vulnerabilità, questa sua oscurità, è la chiave di volta dei romanzi dedicati a Parker. Lo stile di John Connolly è irreprensibile, schietto, ma intenso, con l’aggettivo al punto giusto, la virgola al punto giusto. Non trovo mai un elemento negativo: forse perché adoro l’autore, forse perché adoro la serie, chissà! Trovo che le trame e i risvolti narrativi crescano a ogni volume, come se le parole fossero una piccola onda che il terremoto trasforma in tsunami. Ecco: Charlie Parker sa come far tremare il cuore dei suoi lettori. Sono rimasta così affascinata da La canzone delle ombre, da non sapere se lo preferisco a Il lupo in inverno, nel quale la componente gotica era molto molto forte. Lettura consigliatissima!



IL LIBRO

Lungo una linea che risale fino alle leggende e ai miti tradizionali del Sol Levante, pur non disconoscendo la lezione dei grandi autori europei della seconda metà dell’Ottocento, come Verne o Wells, i sedici racconti che compongono La leggenda della nave di carta rappresentano una finestra su un mondo, una società, una cultura che sono altro da noi e che, proprio per questo, ci risultano affascinanti, sorprendenti. Distanti dagli stereotipi più diffusi, che vogliono la fantascienza giapponese legata all’epopea di mostri leggendari come Godzilla o alle saghe anime, questi racconti esplorano territori più accidentati e stimolano suggestioni profonde su temi complessi e insoluti come la rapida modernizzazione della società, gli strascichi del militarismo degli anni Trenta e Quaranta, l’inquinamento ambientale, l’isolamento culturale, la condizione femminile, la fiducia – spesso tradita – nel progresso tecnologico. Il ritratto che se ne ricava è quello di un mondo vulnerabile, scosso, proiettato verso il futuro e allo stesso tempo ancorato al suo passato recente, all’evento che ne ha sconvolto l’attualità, segnandone per sempre l’identità e l’immaginario: l’apocalisse atomica su Hiroshima e Nagasaki.

LA MIA OPINIONE

La leggenda della nave di carta, edito Fanucci Editore, è stata una lettura a sorpresa e altresì sorprendente. L’opera è una raccolta di racconti giapponesi di genere fantascientifico, molti dei quali risalgono agli anni ’80, di una bellezza e di un’originalità senza eguali. Chi ama il mondo nipponico non può non leggere queste brevi perle, anche se la fantascienza non è il suo pane quotidiano, poiché tramite i vari racconti si può imparare tantissimo sulla cultura del magico e tecnologico Sol Levante. Interessante è notare, come anche detto da Pagetti e Orsini nell’introduzione a La leggenda della nave di carta, quanta modernità ci sia in questi racconti giapponesi: i robot, in fin nei conti, son presenti nei loro manga o nei loro anime da anni e anni. Basta pensare a Goldrake! Nonostante la fantascienza non sia un genere che leggo spesso, ho apprezzato moltissimo questo volumetto di duecentosettanta pagine circa, nel quale ho percepito anche una leggera sfumatura politica che ricalca le orme de La guerra dei mondi di Wells. Se vi capita di leggere La leggenda della nave di carta, mi fate sapere se avete avuto la stessa sensazione?


IL LIBRO

Adela Robson è una studentessa che sogna di calcare il palcoscenico, in un’India in cui l’impero è prossimo alla morte. Quando scappa dalla scuola con Sam Jackman, sa che sta andando incontro a una nuova vita. Ma quello che il futuro ha in serbo per lei non è ciò che Adela immaginava. Anni dopo, a Simla, la sede estiva del governo del Raj, Adela può abbandonarsi a ogni tipo di divertimento che la società degli anni Trenta è in grado di offrirle. Ma proprio quando le sue ambizioni sembrano sul punto di diventare realtà, conosce un principe, affascinante ma viziato, e quell’incontro scatena una serie di eventi dalle conseguenze devastanti. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Adela è in Inghilterra, in un Paese in cui ha vissuto da bambina, ma di cui non ha ricordi. La sua vita ormai sembra senza speranza, non ha nemmeno un amore a cui aggrapparsi. E ha un terribile segreto da nascondere. Solo il coraggio e la volontà di resistere la terranno a galla in tempi tanto bui, fino a quando potrà tornare a quella che, almeno nel suo cuore, è la sua vera patria.

LA MIA OPINIONE

È il primo romanzo di Janet MacLeod Trotter che leggo, un romanzo sotto il punto di vista stilistico inappuntabile. Un romanzo probabilmente lento agli occhi dei lettori impazienti, che non amano descrizioni minuziose, che sentono il bisogno di divorare avvenimenti e risvolti narrativi. Un romanzo perfetto per chi, invece, vuole viaggiare lungo le calli della storia senza perdersi un dettaglio. Ci sono i colori dell’India, sgargianti, variopinti, quasi musicali che ti abbagliano e ti fanno innamorare di quel paese sconosciuto che negli anni ’30 sta subendo un profondo cambiamento, visto dagli occhi di una giovane protagonista dal carattere risoluto e dai troppi sogni in tasca, visto che è una donna e una donna a quei tempi non poteva averne nemmeno uno, di sogno. La ragazza nel giardino del tè, di cui purtroppo non apprezzo molto la copertina – in verità non mi piace nemmeno la cover originale –, è un romanzo che dovrebbe esser letto per le ambientazioni e i sentimenti “antichi”, senza aver paura del ritmo e delle numerose pagine. Adele è un personaggio che ha un suo perché, così come ha un suo perché lo stile di Janet MacLeod Trotter, capace di tenermi incollata al romanzo con le sue pennellate indiane, nonostante a volte la lettura abbia subito un rallentamento improvviso a causa di alcune parti ridondanti, condite da dialoghi superflui. Lo consiglio? Direi di sì. In fin dei conti, ha un suo bel potenziale, con un’ambientazione particolarissima e un periodo storico intricato.



IL LIBRO

Adela Robson è una studentessa che sogna di calcare il palcoscenico, in un’India in cui l’impero è prossimo alla morte. Quando scappa dalla scuola con Sam Jackman, sa che sta andando incontro a una nuova vita. Ma quello che il futuro ha in serbo per lei non è ciò che Adela immaginava. Anni dopo, a Simla, la sede estiva del governo del Raj, Adela può abbandonarsi a ogni tipo di divertimento che la società degli anni Trenta è in grado di offrirle. Ma proprio quando le sue ambizioni sembrano sul punto di diventare realtà, conosce un principe, affascinante ma viziato, e quell’incontro scatena una serie di eventi dalle conseguenze devastanti. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Adela è in Inghilterra, in un Paese in cui ha vissuto da bambina, ma di cui non ha ricordi. La sua vita ormai sembra senza speranza, non ha nemmeno un amore a cui aggrapparsi. E ha un terribile segreto da nascondere. Solo il coraggio e la volontà di resistere la terranno a galla in tempi tanto bui, fino a quando potrà tornare a quella che, almeno nel suo cuore, è la sua vera patria.

LA MIA OPINIONE

Ed eccola la mia nota dolente di aprile. Ho iniziato La ragazza del dipinto più volte, tremendamente attratta dalla sinossi, meno dalla cover, nonostante abbia un suo fascino, per poi metterlo da parte quindici minuti dopo: cosa che mi accade raramente. L’idea di base non è male – ha un’incredibile potenziale! –, però non è bastata a catturarmi. Sarà che c’è troppo, sarà che questo troppo non è stato curato bene e fino alla fine, forse anche i salti temporali hanno messo il loro zampino, anche se di norma adoro i salti temporali. Non saprei ben dire cosa non mi sia piaciuto con esattezza, posso solo dirvi che non mi ha presa, non ha smosso nulla dentro di me, come quei romanzi che restano nella mia cosiddetta “zona grigia”, di quelli che mi lasciano indifferenti, che non mi fanno né arrabbiare né innamorare. Mi dispiace infinitamente per questo giudizio “negativo”, perché La ragazza del dipinto avrebbe potuto essere un bel romanzo, un romanzo fatto di donne, di passato e presente, di un dipinto simile al filo del destino, bravo a unire vite e generazioni. L’unica cosa che posso dirvi è che, tra Rose e Lizzie, ho preferito nettamente la prima. Tra me e Rose c’è stata subito empatia, malgrado le continue pause di letture, nonostante la lentezza con la quale sono riuscita a giungere all’ultima pagina. Lo stile di Ellen Umansky è semplice, ma non banale, e, mescolato all’arte e alla sofferenza, risulta molto gradevole. Purtroppo non è scattata la scintilla, ma può capitare, no? 
 


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